La fine dell’epoca Gates e la paura che si ritiri l’eccezione americana

Più che alla fine di un mandato il ritiro di Bob Gates assomiglia alla fine di un’epoca. Tra dieci giorni il segretario alla Difesa lascia la politica dopo una carriera di 45 anni e passa il testimone al direttore della Cia, Leon Panetta, confermato dal Senato a pieni voti per la nuova posizione. Gates raggiungerà la moglie sulla costa ovest degli Stati Uniti, dove vive da quando il marito è stato nominato da George W. Bush al Pentagono, nel 2006: inutile stare a Washington, tanto non si sarebbero visti comunque.
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New York. Più che alla fine di un mandato il ritiro di Bob Gates assomiglia alla fine di un’epoca. Tra dieci giorni il segretario alla Difesa lascia la politica dopo una carriera di 45 anni e passa il testimone al direttore della Cia, Leon Panetta, confermato dal Senato a pieni voti per la nuova posizione. Gates raggiungerà la moglie sulla costa ovest degli Stati Uniti, dove vive da quando il marito è stato nominato da George W. Bush al Pentagono, nel 2006: inutile stare a Washington, tanto non si sarebbero visti comunque. Durante la sua ultima missione transatlantica il guerriero di Washington ha concesso un’intervista a tutto campo a Newsweek in cui spiega anche la ragione fondamentale del suo ritiro: “Non vorrei far parte di un governo che fosse costretto a ridurre pesantemente il suo ruolo nel mondo. Non so se questo effettivamente succederà, ma è una questione che di sicuro va affrontata”.

A Washington Gates è considerato
una specie di monumento della Difesa, un comandante permanente che è stato capace di prevalere sulle molte giacchette che ha indossato sotto quattro diverse Amministrazioni. Bush lo ha chiamato a sostituire Donald Rumsfeld perché aveva bisogno di qualcuno che mettesse ordine al Pentagono e chiudesse la faida fra i militari e la Cia che aveva spaccato in due la sicurezza nazionale. Come ex capo della Cia sapeva quali tasti toccare. Ancora oggi è uno dei pochi della gerarchia militare a essere stimato a Langley; l’altro è il generale David Petraeus, che di Gates è stato il gemello sul campo dai tempi del surge in Iraq e della counterinsurgency poi esportata in Afghanistan. Della dottrina Bush, Gates è stato un interprete fedelissimo, non un autore, e per questo Barack Obama gli ha chiesto – lui resisteva – che il suo realismo rimanesse al servizio di un’Amministrazione altrimenti inesperta. Ha accettato con spirito marziale di capeggiare il “team of rivals” del presidente democratico e nemmeno dopo lo sgarbo della Libia e il discorso di Obama sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan ha trasformato la sua autorevolezza in una fronda.
Il presidente ieri ha annunciato l’inizio del ritiro delle 33 mila truppe inviate all’inizio del 2010 in Afghanistan per il “surge”. Il concetto stesso di un ritiro con tempi stabiliti ripugna Gates – uno dei sette principi della sua dottrina dice di fidarsi sempre dei generali e di non cedere alla propaganda delle date – e anche il ritmo con cui Obama inizia a portare a casa le truppe (secondo le indiscrezioni, 10 mila entro la fine dell’anno, il resto entro il 2012) è molto sostenuto rispetto al rientro “modesto” suggerito dal segretario. Ma le preoccupazioni di Gates vanno oltre i numeri: si tratta di una visione concepita dalla politica e calata nella realtà dai militari, un piano che abbia chiaro che cosa significhi vincere la guerra e interpretare il ruolo dell’America nel mondo. Quell’eccezionalismo che Gates teme finisca per confondersi in una notte in cui tutte le potenze sono uguali. Sull’Afghanistan dice che il prossimo sarà l’anno decisivo: “Abbiamo preso le roccaforti dei talebani e se loro non riusciranno a riprendersele potremo espandere la sacca di sicurezza. A quel punto dovranno sedersi attorno a un tavolo”, perché, dice, “non c’è alternativa a una soluzione politica. Il problema è in quali termini”. Per arrivare ai negoziati serve la strategia militare, quella vergata sulla sabbia da Petraeus ed elaborata da Gates al Pentagono, la stessa che è messa in crisi dall’idea che un piano fatto di droni e incursioni delle forze speciali sia la ricetta per vincere quella che una volta si chiamava la guerra al terrore. Un saggio dell’analista Peter Bergen su Foreign Affairs spiega con parole che piacerebbero a Gates perché il controterrorismo è uno strumento utile per decapitare la leadership di al Qaida ma non per vincere la guerra lunga. E’ a quest’ultimo scopo che Gates ha dedicato i suoi ultimi cinque anni.